Elena Pugliese, l’Arte Relazionale

Elena Pugliese è mia sorella e ho potuto quindi seguire tutto il suo percorso letterario e artistico. Uno studio e una ricerca autentiche guidate da un crescente ascolto dell’altro, della sua storia, della possibilità di dare voce alla sua storia. Per tutti i suoi lavori di drammaturgia legati a teatro, cinema, radio, arte e didattica vi indirizzo al suo sito www.elenapugliese.it.
Mi interessa in questo articolo posizionare la ricerca e il lavoro di Elena nel suo ambito artistico: quello dell’Arte Relazionale e cito il testo che si trova su Wikipedia a questa voce. E’ una descrizione pienamente calzante sugli ultimi lavori di Elena e in particolare su ARCHIVIO SONORO PARTECIPATO, di cui si parla oggi, 11 gennaio 2020, ore 18.00, da Philo – Pratiche Filosofiche, presso i Frigoriferi Milanesi.

“da wikipedia”

L’Arte di relazione, più nota come Arte relazionale, è una forma d’arte contemporanea che si sviluppa attorno alla metà degli anni novanta e prevede la partecipazione del pubblico alla costruzione o alla definizione dell’opera di cui è partecipe. 

Si tratta di un’arte delle spiccate caratteristiche politiche e sociali al cui centro gravita la visione dell’uomo come animale anzitutto creativo. L’artista relazionale, abbandonando la produzione di oggetti tipicamente estetici, si adopera per creare dispositivi in grado di attivare la creatività del fruitore trasformando l’oggetto d’arte in un luogo di dialogo, confronto e, appunto, di relazione in cui perde importanza l’opera finale e assume centralità il processo, la scoperta dell’altro, l’incontro.

Il primo esempio italiano di rilievo si incontra agli inizi degli anni Ottanta, precisamente nel 1981, con la straordinaria performance di Legarsi alla montagna dell’artista Maria Lai, e successivamente con fine degli anni ottanta con le ricerche e le azioni del Gruppo di Piombino, Salvatore Falci, Stefano Fontana, Pino Modica e di Cesare Pietroiusti[2]. Con la mostra Forme di relazione a cura del critico Roberto Pinto, il concetto di relazione entra a far parte di innumerevoli ricerche successive e si addensano e si sperimentano intorno al Progetto Oreste e che oggi sono ormai patrimonio di tutta l’arte contemporanea. 

Nell’ottobre 1993, a Orzinuovi, in provincia di Brescia, Roberto Pinto invitò: Piero Almeoni, Maurizio Donzelli, Emilio Fantin, Eva Marisaldi, Premiata Ditta (Vincenzo Chiarandà e Anna Stuart Tovini), Luca Quartana e Tommaso Tozzi. Per l’occasione fu pubblicato un piccolo catalogo con il titolo Forme di relazione[3] edito dalle Edizioni Millelire.

Sul finire degli anni novanta, altri due artisti, Massimo Silvano Galli e Michele Stasi, inaugurano, con l’agenzia Oficina – Making Reality, un’intensa stagione di riflessioni, progetti e opere d’arte relazionale direttamente immersi nel tessuto dell’intervento socio-culturale, come, tra le tante: “Cento Anni di Adolescenza”, un’articolata opera-progetto finanziata dal Comune di Milano che, dal 2001 al 2005, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, coinvolgerà oltre 2500 adolescenti nella creazione del proprio autoritratto.

Estetica relazionale – Il critico e curatore francese Nicolas Bourriaud ha contribuito alla codificazione di questo tipo di arte. Negli ultimi anni il suo testo Estetica Relazionale è stato oggetto di grande interesse da parte di importanti riviste come October o Third Text e di un pubblico sia esperto che generico. Ciò è dimostrato dalle traduzioni in varie lingue successive alla prima pubblicazione francese (1998). Grazie alla diretta collaborazione con vari artisti Bourriaud è stato in grado di riconoscere ed evidenziare i caratteri peculiari che accomunano le loro opere senza definirne uno stile univoco ma piuttosto un orizzonte teorico nuovo rispetto al passato. Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla comunicazione di massa e dalla progressiva omologazione della tipologia dei rapporti interpersonali ed economomici, l’opera cosiddetta relazionale svolge la funzione di interstizio, uno spazio in cui si creano alternative di vita possibili.

Oltre a osservare le pratiche di numerosi artisti contemporanei (tra i quali Félix González-TorresRirkrit TiravanijaPhilippe ParrenoLiam GillickCarsten Höller, Progetto Oreste) che definisce operatori di segni o semionauti, il critico dedica l’ultimo capitolo del suo saggio alla riflessione filosofica del francese Félix Guattari sull’estetica e sull’arte. Guattari, che durante i suoi studi collaborò assiduamente con l’amico Gilles Deleuze, parla dell’arte in relazione alla vita nella sua totalità. Partendo dalla sua pratica professionale di psicoanalista, riconosce il ruolo dell’opera artistica come elemento “terapeutico”, utile a stimolare positivamente la soggettività per liberarla dall’alienazione e omologazione tipiche della realtà capitalistica. (link alla pagina: https://it.wikipedia.org/wiki/Arte_relazionale)

Nella foto: Elena Pugliese, 2091, con i ragazzi del CPIA – Centri Provinciali Istruzione Adulti 2, 3 di Torino

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